Perché non sappiamo dire "non ti amo più"? Ecco i motivi principali...


Non lo amo più ma non voglio che soffra. No lo amo più, ma cosa farà lui senza di me? Mi vengono i sensi di colpa, non so gestire la parola "Fine". A cosa mi porta e a cosa comporta il terminare la relazione al mio partner?

Spesso, dietro questo atteggiamento si nasconde il bisogno di essere buoni e protettivi a tutti i costi: un comportamento da evitare, anche per il bene dall'altro...

Inoltre, c'è la paura della perdita dell'abitudine, del tram tram quotidano, della condivisione, anche se noiosa e deprimente, di piccoli o grandi cose, che ci legano e ci fanno sentire "legati" al partner. La paura di gestire il cambiamento, la paura di gestire con il partner questa decisione. La paura delle conseguenze, anticipandole in modo CATASTROFICO E NEGATIVO. 

Le abitudini sono agli antipodi del vero amore...

Cancrene dell’anima (le abitudini).  Un'abitudine, senza entusiasmo, slanci o passione. Una storia trascinata fuori tempo massimo forse per paura della solitudine e per i motivi sopra descritti.  Poi arriva un'altra persona, un altro dono prezioso della vita (che bisogna accogliere), e tutto cambia. Si scopre un amore completo e in poco tempo si fanno cose che con l’altro non avevamo mai messo in campo per anni. Solo questo dovrebbe "guidarci oggi", anche per il rispetto all'ex partner, che non è in crisi per Lei, ma perché resiste al cambiamento che la vita ha imposto.

 La chiarezza, anche quando dolorosa, è sempre preferibile all’ambivalenza che si manifesta quando evitamo di dirle apertamente come stanno le cose. Il risultato è un dolore peggiore, un vero pugno in faccia. 

Nessuno gode a lasciare un partner, ma se teniamo in vita un rapporto finito per paura di far soffrire l’altro, stiamo trattando entrambi da bambini immaturi e stiamo facendo parlare la parte immatura sentimentalmente, dipendente che non sa come agire in amore o lo sa, ma in maniera malsana.

 Lo stiamo facendo con noi stessi perché rifiutiamo il ruolo sgradevole di colui che mette una parola fine a un sentimento importante: non accettiamo di essere anche “carnefici”, perché vogliamo che tutto il mondo veda di noi solo la “parte buona”. 

Un atteggiamento immaturo che va superato con decisione. Ma lo stiamo facendo anche nei confronti del partner, che implicitamente giudichiamo incapace di superare il “trauma”. Quando una relazione è finita, è finita: meglio chiuderla senza ambiguità, accettando il dolore che si dà e quello che si riceve. Perchè non è mai facile per nessuno dei due partner.

Mi fa soffrire, ma non riesco a stare senza di lui”, oppure “Non è l’uomo per me, ma...” , "Non lo amo più, ma..."

A livello psicologico, che cos'altro può significare?
Sostanzialmente, vuol dire che si è molto concentrate su se stesse, non ci si vuole interrogare sul serio, perché questo implicherebbe anche l’ammissione dei propri errori. La responsabilità di una storia finita, magari in proporzioni diverse, è sempre imputabile a entrambi.


Altre volte, prevale la sindrome della crocerossina per cui si crede, erroneamente, che lui sia così fragile da non poter vivere senza di noi. Un atto di presunzione ed egosimo, anche se pare il contrario.  Così lui, ritenuto bisognoso di tutto, viene accudito e coccolato anche quando l’amore è finito.


Incide sicuramente anche l’insicurezza della donna, il giudizio degli altri, in altri casi si mettono in atto copioni già vissuti in famiglia e tramandati da madre in figlia, quasi senza possibilità di modificarli. È una sorta di meccanismo che si perpetua in maniera anche del tutto inconsapevole. 

 La situazione media o standard delle pazienti o delle lettrici è questa che vi riporto sotto:

"Sono a una bivio, da mesi ormai. Vorrei lasciarlo, ma lui è così dolce, è carino, servizievole. La passione però non esiste più. Viviamo insieme da molti anni e negli ultimi anni lui si è trasformato in un protettivo fratello maggiore. I primi tempi mi dicevo: “ È una fase, passerà”. Le mie amiche non facevano altro che dirmi: “Poi un altro così dove lo trovi (come se avere trovato un uomo del genere fosse un miracolo per noi donne, cascato dal cielo, che non ci meritiamo o magari questa fortuna quando la ritroviamo?)

 

E allora gli altri ci dicono "Non fare sciocchezze!”. E se la più grossa sciocchezza fosse invece quella di rinunciare a vivere sopita in una “triste” accettazione?"

 RICORDI

Non si può vivere di soli ricordi. Lui è stato quello che la vita ti ha donato ed eri sicura che i "per ora" sarebbe diventati "per sempre". Ma qualcosa non è andato come sperato. Succede, capita. Anche se siamo cresciuti con la convinzione che nella vita bisogna stare con una persona per molto tempo. Fortunati quelli che ci stanno davvero, anche se tra alti e bassi. Ma chi ce lo dice che quello che verrà dopo, non sarà per sempre?
Avrai altri ricordi su cui sedere, altre emozioni che ti terranno sveglia la notte col sorriso stampato sul volto. Ma non sono più quelle che ti legano a lui. Ma non si può vivere con un fantasma. Là fuori c'è la tua realtà, che ha bisogno della tua fantasia per vivere.

 NON FIDARSI DEL PROPRIO ISTINTO! SBAGLIATO

Perché non avere fiducia in se stessi lasciando perdere le dicerie?
Perché sentire di non amare e continuare a stare assieme?
perché accontentarsi di un uomo o relazione che non ha più quell'appartenza e progettualità chiamata "senso del NOI"?

La risposta è legata al fattore amore. 

Ma amore per se stessi. Stima di sé, fiducia nelle proprie capacità decisionali. Darsi valore, senza fare in modo che gli altri ce lo tolgano. 

 Vi riporto sotto un'intervento della giornalista e psicoterapeuta Gianna Schelotto che afferma quanto segue: 

"Le scuse condivise online dai lettori al momento dell’addio sono un sfoggio di deliziosa ipocrisia. Frasi di donne: «Non me la sento…»; «Perché sei una persona speciale…»; «Perché non voglio farti del male…». Frasi di uomini: «Scusa, è stata una debolezza»; «Ho bisogno dei miei spazi per crescere»; «Non sarò mai più felice, ma ti lascio».
La verità è che non gli piaci abbastanza, come aveva astutamente intitolato un suo film il regista statunitense Ken Kwapis. Ma c’è un’altra questione. Spiega Schelotto: «Basterebbero quattro semplici parole: non ti amo più. Ma pronunciarle non è semplice. Anzitutto perché proprio sicuro sicuro di non amare più un’altra persona non lo sei mai, poi perché è difficilissimo tagliare un pezzo della tua vita e della tua storia personale». Non è solo questo, però. «Quando lasci un altro devi mettere in conto il tuo fallimento, avevi capito male, avevi sbagliato, se la storia è andata avanti sei responsabile anche tu».
E in agguato, poi, ci sono i sensi di colpa. Lo ammette una lettrice che si firma «Desta»: «Io mi sono ritrovata nella condizione di lasciare e non credo di aver dato il meglio di me, anche perché ne ho sofferto molto a mia volta, per non parlare dell’enorme senso di colpa per la sofferenza che stavo causando». È allora che dice di aver imparato una lezione: «Quando è basta deve essere basta, senza lasciare strascichi o parvenze di appigli".

La vostra affezionata dottoressa del cuore. 

CORAGGIO: AMATEVI!

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