Dipendenza affettiva: 10 abilità per gestirla efficacemente


La dipendenza affettiva si nutre della paura viscerale dell’abbandono e di una totale assenza di amor proprio. Per questo il partner diventa la ragione di vita e l’ancora di salvezza in tutte le situazioni della vita quotidiana. Uscirne si può…


“La solitudine è l’indipendenza che presenta il conto”
Elisabeth Carli

Si diventa dipendenti affettivi senza rendersene conto. La dipendenza si insinua come un ladro, fin nei più reconditi angoli dell’essere. Poiché ci si sente colpevoli e si sono vissute esperienze di rifiuto in passato, si diventa permeabili alla dipendenza.
Forse abbiamo imparato a sviluppare questo tipo di rapporti per imitazione, perché non ci amiamo (senza andare a ripescare se Babbo Natale esista davvero), perché non ci consideriamo o perché siamo passivi. O forse lo abbiamo fatto perché ci aspettiamo sempre qualcosa dagli altri. 
Non abbiamo imparato a responsabilizzarci, oppure sappiamo fare solo quello. E’ l’unico modo di amare che abbiamo conosciuto perché siamo stati abituati a un’overdose di attenzioni e soffriamo per il minimo segnale di indifferenza.
Le cause della dipendenza sono molteplici, si intersecano e sia accumulano. La soluzione tuttavia è unica: seguire un percorso di guarigione. Poco importa che cosa ci conduce qui. L’essenziale è venirne fuori.

Come uscire dalla dipendenza affettiva attraverso 10 abilità.  L’importante è il “qui ed ora” , una piccola guida pratica che insegna alle donne ad imparare abilità, cambiando il pensiero e di conseguenza il comportamento, per migliorare il proprio essere Donna, nella relazione con se stessa e con il partner.
  




Accettazione della realtà. Lasciamoci andare completamente alle cose per ciò come sono (la fine di una storia ad esempio, la solitudine del momento). Smettiamo di combattere la realtà quando non la si può cambiare nell’immediato. L’accettazione è l’unica via d’uscita dall’inferno; il dolore diventa tale quando rifiuti di accoglierlo. Decidere di tollerare il fatto di essere dipendenti significa riconoscersi. Accettare di essere così come siamo, non equivale ad approvarsi. Modifichiamo la nostra prospettiva mentale verso la strada dell’accettazione di essere dipendenti, cercando poi, le possibili soluzioni al problema.


Sii consapevole del momento presente. Si tratta di approfittare di questi momenti di solitudine per gustarne il piacere a piccole dosi, per imparare a conoscersi quando si agisce in prima persona. Un esercizio pratico: iniziamo a fare, ogni giorno, per 10 minuti, un qualcosa di veramente piacevole (prendersi cura di noi stessi, attraverso i 5 sensi), solamente per noi. Mentre lo si fa, la nostra consapevolezza deve essere portata intenzionalmente su quell’attività, senza pensare ad altro. I pensieri che ci distraggono impacchettiamoli, metaforicamente, e lasciamoli scorrere via tramite un nastro trasportatore.

Ricentrarsi su di sé. Spesso facciamo quello che l’altro ha voglia di fare. Arriviamo a dimenticare che anche noi esistiamo. Riprendersi il controllo dei nostri pensieri, bisogni e desideri. Come fare? Qualche esempio: “Non ho voglia di andare a pattinare, tu vai pure, se vuoi.”
“Stasera ho voglia di starmene tranquilla a leggere, se vuoi ci vediamo domani”. Facciamo questi piccoli esercizi, anche se all’inizio non ci vengono naturali. Scopriremo che siamo in grado, di avere un po’ di controllo sui nostri pensieri e sulla nostra vita, e questo accrescerà l’autostima e la motivazione a continuare questa strada.

Fissare dei limiti. Vuole dire prendersi lo spazio vitale che ci spetta. Affermandoci, facciamo sapere che esistiamo, che abbiamo, come tutti un valore, delle opinioni e un’identità. Per il dipendente affettivo affermarsi è difficilissimo, perché non sa fissare dei limiti agli altri e non conosce i suoi. Vediamo come è possibile con esempi molto semplici: scegliere il film da noleggiare, scegliere quello che metteremmo nel carrello della spesa, scegliere i nostri abiti, anche se non siamo più abituati, scegliere le persone che vogliamo frequentare, invece di lasciarci sempre guidare dal caso.

Sbarazzarsi dal senso di colpa. Il dipendente affettivo si colpevolizza, perché si sente responsabile della felicità altrui. È colpevole di non di non esserci stato, di non esserci stato abbastanza. Di avere soffocato l’altro o di averlo amato male. Un buon esercizio che ci permette di iniziare a cambiare pensiero (e comportamento), è quello di guardare ai FATTI. Scriviamo su un foglio i fatti che ci dimostrano (non le interpretazioni), di essere colpevoli o meno (siamo poco presenti davvero? Cosa stiamo facendo per causare l’infelicità del nostro partner? Perché ci meritiamo di non essere amati? In cosa siamo così sgradevoli?).

Crearsi spazi di autentica gratificazione. Si tratta in primis, nel non rinunciare a quegli interessi che ci siamo costruiti nel tempo. Vi sono dei momenti che devono restare i nostri spazi indipendenti, che ci gratificano al di là delle conferme dall’esterno. Scrivere le nostre poesie, andare al corso di inglese, andare a lezione di chitarra ecc.… Questi spazi devono restare unici e non devono essere rimandabili in funzione dell’altro. Accrescere e coltivare le nostre passioni, ci realizzerà e ci farà sentire meno dipendenti, e più capaci di vivere anche senza l’altro, perché stiamo riuscendo a darci piacere da soli.

Allontanare la vergogna. La vergogna si nasconde in fondo alla nostra fragilità, al nostro desiderio di perfezione. Partiamo dal presupposto che non possiamo piacere a tutti, e impariamo ad accettare il rifiuto e il fatto che possiamo sbagliare. Tolleriamolo con esercizi di rilassamento muscolare (stringere forti i polsi e poi rilasciarli, tirare verso di noi a braccia tese, le mani aperte e poi rilasciarle), o di tolleranza alla sofferenza (come la distrazione o aumentando le sensazioni corporee, come prendere in mano un pezzo di ghiaccio, o fare una doccia calda, odorare una saponetta aromatica).

Smettere di aspettare. Per un dipendente affettivo, diventare autonomo consiste nello smettere di aspettare e nell’agire in prima persona: si tratta di osare. Significa concedersi la libertà di scegliere, secondo le nostre priorità, la vita che vivremo. Si tratta di dar prova di generosità verso noi stessi, di accettare i nostri errori e riconoscere i colpi messi a segno. Per es. prendiamoci dei piccoli incarichi quotidiani. Non aspettare che ce lo chieda il partner. Offriamoci noi, e diamogli prova, che può avere fiducia nelle nostre capacità e che siamo degni di fiducia.

Vivere il lutto di perdite significative. In un lutto amoroso l’altro esiste ancora; al lutto si aggiunge il distacco, cioè il tagliare i ponti emotivi che ci legano. Lo si può fare gettando foto oppure oggetti che ci fanno risprofondare in ricordi penosi. Staccandoci, restituiamo all’ex quello che gli appartiene e recuperiamo quello che appartiene a noi: i nostri progetti, i nostri sogni, le nostre preferenze, le nostre abitudini, e il nostro bisogno di amore. Vivere il lutto consiste nell’accettare che il proprio dolore esista, smettendo però di alimentare questa sofferenza.

Ripartire da quello che siamo oggi. La bellezza più duratura e importante è quella che smette di aspettare di avere del denaro per comprare un abito che ci impone una taglia unica, omologata. Ammaliare gli altri e attirare complimenti non dura che un istante; dieci chili in più e gli sguardi si spostano altrove. Al contrario, quando siamo ammirati da orgoglio, gioia e rabbia di vivere, umorismo, vivacità mentale e semplicità, la nostra quotidianità è radiosa. Perché non farci felici, mentre aspettiamo di perdere peso, di andare dall’estetista o dal dentista? Perché non reinventare la propria bellezza partendo da ciò che siamo oggi?
 


La vostra affezionata dottoressa del cuore

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