Fobia sociale. La prigione emotiva!


Questa che leggerete, è un lettera - appello di una donna che mi ha aperto il suo cuore, consapevole del malessere e della prigione nella quale sta videndo..... La fobia sociale!

“Mi chiamo A. e ho 25 anni. La parola “fobia sociale” è sempre stata una costante fin dalla mia infanzia; fobia dell’abbandono, della scuola, delle persone poi. Mi sentivo incompresa con la depressione come unica compagna. All’esame di terza media, tutti i miei compagni gironzolavano a scuola con magliette a maniche corte, io invece nascondevo il mio dolore inciso sulla pelle con maglie invernali.
Il mio terrore è iniziato a quindici anni.
Qualcosa scattò dentro di me: “ho paura”, mi sono detta, “di me e delle persone, che sono nemiche”. Mi sembrava naturale pensare alle altre persone al di fuori della mia famiglia come fauci pronte a divorarmi a brandelli. E allora l’unica soluzione che avevo era ritirarmi. Chiudermi in casa per tre anni è stata la normalità. La cosa più ovvia da fare. Andavo in bagno. In cucina per mangiare.”
Ma ritornavo sempre in camera mia, unico posto dove mi sentivo tranquilla. Quando avevamo ospiti, una volta ricordo d’essermi chiusa a chiave in bagno, la faccia schiacciata contro il vetro, il fiato corto, per sentire la voce di chi, ridendo, chiacchierava del più e del meno; era anormale, pensavo, perché il più e il meno, della vita, quella normale, era una nube nera che mi copriva totalmente.
Andare a trovare i miei nonni era un problema. Lo facevo, certo, ma ricorderò a vita la porta che si apriva, il tappetino malconcio, il pavimento e quei cinque passi per arrivare al montacarichi per il garage – un’agonia, un dolore che m’inzuppava schiena ed anima.
Uscire da casa equivaleva a morire. Ricordo che mi mancava, però, sentire l’aria sul volto. Andare a comprarmi libri e manga. O un semplice gelato con un’amica. Cercavo online qualcosa che potesse donarmi una carezza, una speranza. Leggevo parole tecniche e vuote, anni fa…
Vorrei si parlasse più di questa paura, di questa fobia. Ti divora l’anima. Rovina opportunità. Rovina carriere e sogni, vite, famiglie. Diventi carnefice e vittima di te stesso/a e provi rabbia, dolore, pietà… provi l’ironia e ti disperi.
A me ha salvato la scrittura. La poesia.Io non sono nessuno, sono solo Anna, ma se voi state passando quello che, anni dopo, non mi lascia mai del tutto, perché ogni giorno è una battaglia, se voi state provando una paura paralizzante, se la sentite scivolare in brividi e sensi di colpa, se desiderate ferirvi, morire, sappiate che non siete soli.
Non lo siete mai stati anche se lo sentite, anche se io stessa lo sento. Non lo siamo. Aiutiamoci. Facciamoci aiutare. Meritiamo tutti il sole che bacia le tempie e la felicità dovunque.
Con affetto … A.”


Cara A.,

Innanzitutto una carezza….
Ho dovuto combattere anch’io nel leggere e rileggere questa tua lettera, perché non è mai semplice, nemmeno per una del settore come me, trovare le parole più adatte, quelle che si scagliano dal cuore come frecce per arrivare direttamente al centro dell’anima di una persona che si espone con tanto dolore. Ed ho passato anche, e qui mi metto a nudo, attraverso il deserto dell'anima chiamato fobia sociale.

Vorrei iniziare dalla tua affermazione di chiusura, nella quale dichiari in modo incisivo e solenne: “meritate il sole che vi bacia le tempie e la felicità dovunque”, perché onora il senso della vita che si respira tra un riga e l’altra del tuo racconto, offrendole lo spessore dovuto.

Non sei nessuno? Sei una persona con un’identità, nel momento in cui  dichiari di avere questo disturbo che attanaglia e improgiona: La fobia sociale, anche qua dentro. Nel mettere nero su bianco, con tanto sudore e fatica, riacquisti la tua identità, anche se ancora zingara viandante senza un meta ben definita, e decidi di darti un volto per ciò che stai attraversando e condividendo.

Anna che si guarda allo specchio e vuole rilanciare finalmente se stessa, per uscire dalla sua prigionia, urlando, con il fiato sospeso, a noi, al mondo, la sua storia, che appartiene purtroppo a molte altre persone che ancora si ritirano nei brandelli del loro corpo e negli angoli della loro mente. Adesso che sei uscita da camera tua, mettiti comoda in questo bellissimo giardino, dove i fiori stanno sbocciando anche per te.

Con la tua lettera ci riporti non solo a riproporre e ricordare temi delicati, suggestivi per alcuni, temuti e drammatici per altri ovvero l’ansia, la paura della paura, la dipendenza affettiva, ma a continuare questo percorso di “sopravvivenza psicologica”, trattando l’argomento della Fobia sociale (o Ansia sociale), da te introdotto con la frase: “ho paura, mi sono detta, di me e delle persone, che sono nemiche”.

La fobia sociale è un disturbo d’ansia e la forma più diffusa è quella “generalizzata”, caratterizzata da difficoltà interpersonali a cui si accompagnano ansia, inibizione, vergogna, senso di inadeguatezza, bassa autostima, sentimenti depressivi, evitamenti generalizzati e altri disagi che si ripercuotono negativamente sulla qualità della vita dell’individuo, rendendo lo stesso un portatore sano di infelicità poiché impedisce di sentirsi a proprio agio tra la gente, di lavorare, di instaurare un rapporto affettivo o semplicemente svolgere normalissime attività quotidiane (sempre nell’ambito pubblico), come parlare al telefono, mangiare, bere, scambiare quattro chiacchiere con un vicino di casa o entrare semplicemente in una sala dove ci sono persone già sedute.

Direi che l’emozione prevalente e amica della fobia sociale, e A. sarà d’accordo con me, è la vergogna che si accompagna alla classica sensazione di voler sparire, di sottrarsi al giudizio negativo degli altri percepiti come nemici.

Un altro aspetto che vorrei sottolineare è che molti confondono la fobia sociale con la timidezza. Niente di più sbagliato! Se infatti la timidezza può costituire un ostacolo alla conoscenza di nuove persone, viceversa può anche rappresentare un aspetto apprezzato e fonte di attrazione (per me decisamente attrattivo dato che parlo anche con il palo della luce). 
Per questo desidero evidenziare fino a consumare le dita sulla tastiera che, sviluppandosi normalmente negli anni dell’adolescenza (ma anche in età prescolare), è un problema che può durare tutta la vita se non si segue un trattamento specifico. La cura della fobia sociale necessita pertanto una presa in carico tempestiva dei soggetti che presentano una timidezza eccessiva.

Chi soffre di questo disturbo richiede difficilmente aiuto agli specialisti perché sottovaluta il suo problema, se ne vergogna e si racconta che basta la buona volontà per poterlo risolvere.
Per tale ragione lo sguardo attento e scrupoloso della famiglia, e non solo, è un imperativo pragmatico!

La corsia preferenziale di chi soffre di fobia sociale è quella della FUGA che, in questo modo, si sottrae almeno temporaneamente, all’ansia che lo assilla. Questo avviene perché lo stesso scannerizza continuamente le sue sensazioni e il suo vissuto, passato e presente. L’evitare contribuisce a cronicizzare la fobia sociale, dando spazio ad altri amici: gli attacchi di panico e la depressione. Per evitare di soffrire si tende a isolarsi, a limitare le uscite, tagliandosi fuori dalla giostra della vita.

Sento qualcuno bisbigliare al mio orecchio; mi vuole suggerire qualcosa… Ah sì le cause, giusto Naturalmente sono diverse e intrecciate tra loro e vanno ricercate nell’interazione tra la genetica e nell’ambiente.

Familiarità: basta la sola la presenza di un membro della famiglia ad aumentare la predisposizione biologica a questo tipo di disturbo.
Temperamento: le persone eccessivamente introverse interagiscono meno con gli altri, sono portate ad allenare poco le loro competenze relazionali e mostrano maggiore inibizione nei confronti dell’ambiente.

Fattori educativi: crescere con un genitore ansioso significa apprendere che nella vita “C’è da preoccuparsi”, che è giusto avere paura.
Ostacoli alla socializzazione: rappresentano tutti quei divieti che non permettono di esplorare l’ambiente per creare la propria autonomia.
Ipercriticismo: essere ipercritici porta a ritenere di non essere all’altezza, di non poter commettere errori, di essere “sbagliato”.

Abbandono: l’abbandono può rendere la persona insicura e ansiosa impedendogli di sviluppare un sano attaccamento verso altre persone.
Apprendimento: le paure spesso si imparano dagli altri. La presenza di eventi traumatici passati possono influire sul disturbo d’ansia sociale attuale.

Cara A., con la delicatezza che mi appartiene, ti offro il mio consiglio (prendilo come un piccolo dono), che spero possa essere anche un principio di aiuto.

Risolvi a piccoli, ma costanti passi, l’ansia e la fobia sociale, sia con gli strumenti che hai già a tua disposizione come la scrittura e altri ambiti da costruire i quali, devono rappresentare uno spazio di gratificazione personale autentica, sia attraverso il supporto di persone qualificate (psicoterapeuti, psichiatri), per ritornare a sentire una carezza sul viso che scalda.
 
Quando percepisci dentro di te la sensazione di disagio che ti comunica spiacevolmente che “c’è qualcosa di sbagliato in te”, inevitabilmente cadrai nel meccanismo opposto, che ti spingerà a “mostrarti perfetta”. 

Tutte le volte che oscilli tra il non voler sentire che “deve esserci qualcosa di sbagliato in te” e il dover dimostrare agli altri esseri umani che “devi essere perfetta”, ti muovi tra un aspetto del nocciolo della personalità e il suo opposto complementare, perdendo la naturalezza di essere semplicemente te stessa. Sii fedele alla tua natura, non snaturarti, non adattarti ai modelli falsi, che ti tolgono la libertà. Accogli di andare bene così come sei e contemporaneamente mantieni l’impegno di guarire, lavorando su te stessa, per far risplendere quel sole che hai dentro.

Il finale, come l’inizio, lo lascio condurre alle tue parole “non dette”, sperando che le mie abbiamo dato il loro contributo morbido ma competente, e qualche risposta che ancora stavi cercando.

“Spero che le persone che stanno soffrendo come me, trovino primo o poi quel raggio di sole che li porti alla rinascita. Spero che la paura si possa dissolvere e tramutarsi in sospiri di bellezza verso di noi e il mondo che ci circonda. Serve il coraggio per abbracciare la vita. Non sono sola, non siete soli”.

Mi domando alla fine, quanti di voi hanno sofferto e stanno soffrendo come Anna della fobia sociale

Ti/Vi consiglio a proposito, per chiarire meglio la fobia sociale, di guardare questo video di cui vi fornisco il link sotto


Clicca qui
FOBIA SOCIALE 

La vostra affezionata dottoressa del cuore!

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